Prefazione

di Vinicio Leonetti

Un padre che si fa in quattro perché suo figlio studi fuori, lontano dalla bagarre del piccolo paese del Sud dove la sicurezza è sempre in bilico. Potrebbe essere l’ennesimo incipit del romanzo dove il protagonista, secondo un modo di raccontare aristotelico, supera diversi ostacoli e arriva al traguardo finale entrando nella folta squadra degli eroi, e invece si tratta della storia personale di Corrado Alvaro che, a cavallo di due guerre, le prova tutte: militare in trincea, giornalista, scrittore, sceneggiatore, poeta.

C’è un Alvaro che si sente vicino alle sue origini, alle sane tradizioni di un popolo come quello calabrese, ma ce n’è un altro che agisce molto distante, supera gli angusti confini territoriali spaziando con le sue corrispondenze da ogni angolo del pianeta. Un personaggio a tratti malinconico, un po’ chiuso in sé stesso, ma mai domo, che viene descritto pienamente in queste pagine di Laura Curtale con grande passione e dovizia di particolari. Quasi una biografia scritta sul vissuto dell’autore calabrese, prendendo in considerazione il suo lato più intimo e passionale verso la propria terra, ma anche sottolineando l’universalità di un ragazzo partito dalla provincia, San Luca nell’Aspromonte, e cresciuto a Roma ma anche a Berlino, che fa suoi i linguaggi di mezza Europa fino a tradurre classici della letteratura internazionale.

Questa continua contraddizione viene colta con garbo e dolcezza dalla Curtale, che in qualche modo sente un suo legame sia con Corrado Alvaro sia con la Calabria, al di fuori di inutili provincialismi da cui è ben lontana vivendo e operando nella Capitale. A legare autrice e autore è la memoria. Pietro, il papà di Laura, aveva un cugino, Vincenzo Curtale, unito in matrimonio con la figlia di Laura Alvaro, sorella minore dello scrittore. Così era nata l’affinità tra i due, tanto che l’uno spesso accompagnava in auto l’altro che non sapeva guidare. Erano vicini di casa e l’amicizia era tanta che Curtale chiamò sua figlia Laura, come la sorella di Alvaro.

Un’affettività familiare che in questo libro accresce l’analisi dell’opera dello scrittore calabrese, ne chiarisce tanti aspetti grazie a una frequentazione assidua tra gli Alvaro e i Curtale. Il realismo di Corrado Alvaro, nato allo scadere del diciannovesimo secolo, comincia dalle radici in quel piccolo centro dove c’è ancora la sua casa trasformata in museo. Diventa un fuori sede, studiando lontano da casa, si sviluppa su un fronte di guerra lontano nel Carso, dove viene ferito, e racconta ogni cosa della guerra come aveva fatto Céline, lingue diverse ma stesso stile asciutto e veristico. Cresce nelle redazioni di giornali blasonati come il Corriere della Sera, quand’era in Via Solferino, scrivendo pezzi di cronaca ma anche condannando delitti del fascismo come quello di Giacomo Matteotti.

Fine osservatore dell’esistenza umana, l’autore lo trovi tante volte tappato nella sua casa romana a battere a macchina con la sigaretta accesa, tante altre in giro per l’Europa a descrivere realtà diverse da quella italiana. Quest’altalena da “calabrese maledetto” viene descritta con altrettanta verità dall’autrice che fa zigzag tra i ricordi d’infanzia, quelli suoi, quando c’era ancora papà, e quegli altri di Alvaro per il quale l’Aspromonte è una delizia a luci alterne e una croce continua, fissa nel cuore.

Ne viene fuori quello che molti conoscono, ma questa volta in maniera molto più umana, con la sua personalità bipolare che spazia da Parigi a Berlino, fino alla vecchia Unione Sovietica sempre martoriata da despoti. Impara le lingue, scambia idee e parole con Umberto Saba e Luigi Pirandello, ma anche con grandi come Hermann Hesse, Mann e Brecht. È la modernità che si contrappone alla tradizione delle radici di San Luca, senza un minimo di continuità. Forse è da qui che nasce il suo “mal di scrivere”, sul filo della cronaca e della fantasia. Le visioni dell’infanzia che non s’allontanano mai, come piccoli fantasmi minacciosi, eppure è proprio dai ricordi e dalla memoria giovanili che nasce quello che lo stesso autore definisce “inventario dell’universo”. La fine della civiltà contadina con l’avvento delle macchine, che Alvaro considera una violazione delle antiche tradizioni. Resta intatto il magico legame con suo padre, così come quello dell’autrice di questo libro col proprio genitore, un altro parallelo.

Alvaro non dimentica d’essere stato uno dei primi emigranti intellettuali, di quelli che fuori dal paese non portavano le braccia ma la testa, e per questo la sua intera famiglia era additata dalla gente locale, l’invidia, segnale dissacrante. Ma le origini restano intatte: lo stesso padre Antonio, dopo essere stato qualche settimana a Roma dal figlio, aveva cominciato a soffrire inspiegabilmente di nostalgia, non solo a livello mentale ma anche visceralmente, quello stesso male che descrive l’antropologo Ernesto De Martino quando si carica nell’auto un pastore di Marcellinara per fare un giro e fargli qualche domanda sulla vita. L’unica risposta del pover’uomo è stata un profondo malessere non appena dalla sua vista è scomparso il campanile del suo paesello. Una sola medicina: tornare a casa.

Pedinato, controllato, pestato dai fascisti, l’eclettico calabrese per vivere le ha pensate tutte, scappava da un posto all’altro in cerca di quella pace interiore che probabilmente non ha mai trovato. Si realizza quello che scriveva Dostoevskij: uomini che vogliono volare ma temono il vuoto, si costruiscono le loro gabbie dove possono vivere con le loro certezze.

In questo mare la vela creativa di Alvaro è tempestosa, a volte chiusa e corrucciata, la sua famiglia non era in sintonia con quella difficile realtà; altre volte la navigazione era aperta alle correnti del mondo, quelle più fresche e vive, piene di novità. “Mi fu sempre difficile spiegare cos’è la mia regione”, scriveva nel 1925, tra una guerra e l’altra. Ma il linguaggio di Alvaro, i suoi romanzi sconfinati, le poesie d’amore, le cronache da ogni angolo di mondo, costituiscono un patrimonio universale. Questo di Laura Curtale è un invito gentile alla conoscenza approfondita di un autore troppo spesso ignorato dalle antologie della letteratura italiana.

Il malessere che emerge da Gente di Aspromonte non tramonta mai dalla testa di Alvaro, che in quel suo primo racconto di vero successo vomita tutto il bene verso il suo paese ma anche tutto il male verso quella comunità. Da un villaggio apparentemente tranquillo, attraversato dalla miseria creata da un sistema ancora feudale, viene fuori un’incredibile cattiveria fin da quando Antonello, figlio del protagonista Argirò, ancora piccolo pastorello, veniva bullizzato dai coetanei.

“L’educazione paterna, i ricordi dell’infanzia, la Calabria, la crisi della società italiana, il fascismo, insomma le esperienze positive e negative della sua vita, sempre presenti in lui, vivono in Corrado Alvaro traducendosi in letteratura”, si legge in questo libro che si spinge nell’intimo dello scrittore calabrese protagonista del secolo scorso. Ma scrittore o giornalista? Questa distinzione conta ben poco per chi ha vinto un Premio Strega con Quasi una vita. Giornale di uno scrittore nel ’51, pochi anni prima della sua morte.